La Città

Reggio di Calabria

a cura* di Simona Bagnato

 

Bagnara Calabra

La storia:

Le notizie sulle origini di Bagnara sono, a tutt’oggi, vaghe e frammentarie e ad ogni modo non sufficientemente convalidate dai documenti. Certo è che Ruggero il normanno, Gran Conte di Calabria e Sicilia, emana, nel 1085 il diploma di fondazione dell’Abbazia di Santa Maria e dei XII Apostoli, affidandola ad alcuni uomini, di fede, suoi connazionali. L’Abbazia arricchita di beni e privilegi, venne sin dalla nascita dichiarata ABBAZIA NULLIUS, sottomessa unicamente al Romano Pontefice.

Considerata l’importanza di questo luogo anche come punto di riferimento con i centri vicini,e soprattutto come punto di difesa di questo   litorale,   il   Conte   Ruggero  vi fece un castello, fortificando l’intera rupe con grosse mura di cinta e altre opere di difesa. In pochi decenni diviene centro politico, amministrativo e commerciale di un vasto feudo, che annovera il possesso di ben 33 chiese con relative pertinenze: 11 in Calabria e 22 in Sicilia. La fama ed il prestigio di questa fortificazione militare e soprattutto di religione cattolica, in territori da pochi strappati al dominio Bizantino-Arabo e quindi di religione legata al culto greco-pagano e tale che, quando Ruggero II primo Re di Sicilia, dispone la fondazione del Vescovado di Cefalù, viene personalmente a Bagnara, e affida al capitolo dell’Abbazia di Bagnara le redini di tale Vescovado: i primi due Vescovi di Cefalù, Locelmo e Arduino, e sembra anche Daniele, provenivano dall’Abbazia di Santa Maria e dei XII Apostoli di Bagnara. Il nostro priore insignito, della carica di feudatario e Castellano, rimase sempre fedele alla dinastia Normanno-Sveva, ragion per cui nelle accanite lotte tra Chiesa ed Impero scoppiata al tempo di Federico II, con la disfatta della dinastia Sveva, la chiesa di Bagnara venne, ad opera di Alessandro IV, proditoriamente sottomessa alla Chiesa di Santa Maria di Anagni intorno al 1255. Nel 1419, la Regina Giovanna D’Angiò, rinviene libero perché demaniale, il feudo di Bagnara e lo pignora a Carlo Ruffo Conte di Sino poli, per la somma di 12.000 ducati. Da qui ebbe origine la denominazione dei Ruffo a Bagnara. I Ruffo non restituiranno mai più il feudo di Bagnara, nonostante nel 1428 la stessa Regina Giovanna l’avesse reclamato. I Ruffo, sempre più potenti, compreranno nel 1570 dal Capitolo della nostra Abbazia tutti i beni della stessa, assieme alla giurisdizione temporale. Nel 1603 si fregeranno dei titoli di Baroni e Duchi di Bagnara, ed impronteranno la storia di Bagnara. Ma il 5 febbraio 1783, gran parte della Calabria, ma soprattutto Bagnara fu colpita da un terribile sisma, che provocò la distruzione della vecchia città, non risparmiando nemmeno la vecchia Abbazia che fu ridotta ad un cumulo di rovine.

Questo funesto evento segnò la nascita dell’attuale conformazione del centro abitato; si costruirà lungo la marina, inizialmente nella zona rupestre di Maturano e della Sirena. La rupe di Marturano, dov’era situato l’antico borgo, verrà abbandonato ed adibito a zone residenziali per poche facoltose famiglie. Con l’eversione della feudalità ci si scrolla di dosso la tirannia e la prepotenza dei Ruffo, ai quali, succederanno, in senso lato, dal momento che ne erediteranno la quasi totalità dei beni, la famiglia De Leo che resterà per tutto il XIX sec. E i primi del XX sec. La famiglia più ricca e potente di Bagnara. L’800 vede anche il trionfo della borghesia cittadina: infatti il commercio, l’intraprendenza industriale arricchirono non poche famiglia quali ad es.: i Patamia, gli Spoleti e etc…che si posero assieme ai De Leo alla guida della città.

Fino a tutto l’immediato dopo guerra,ovvero, fino a quando la ricchezza fu considerata sinonimo di prestigio, di potere politico e di governo, una ricca ed attemprata borghesia resse le sorti della città. Di contro,la miseria e la fame erano diffuse (come ovunque nella Calabria e nel Meridione in genere), e il popolino languiva nel servilismo, nell’ignoranza, nella superstizione. Va comunque precisato, che a Bagnara, a differenza di una gran parte dei paesi non di mare, la ricchezza, in denaro e beni di consumo, ebbe sempre modo e maniera di circolare, a dispetto non solo delle leggi ma pure di alcune tremende carestie e calamità che colpirono il paese, ciò grazie alla vicinanza delle due più grandi città-porto dello Stretto: Reggio Calabria e Messina; e naturalmente grazie alla intraprendenza e al coraggio della nostra gente.

 

La leggenda:

Bagnara, incastonata in un’ampia insenatura a falce nei bassi contrafforti aspromontani, adagiata sulla ridente costa tirrenica, presenta allo sguardo del visitatore una delle posizioni più incantevoli d’Italia. Questo quadro meraviglioso della natura non poteva sfuggire alla fantasia mitologica dei nostri avi, che crearono la leggenda per celebrarne il suo fascino. Gaziano era un giovane pastore che custodiva il suo gregge sulle alture collinari aspromontane. Trascorreva le sue giornate conducendo al pascolo il gregge e si dilettava suonando il flauto. Un giorno, mentre dal canto fascinoso di una sirena e addormentatosi, in sogno, vide emergere dalle onde del prospiciente mare una fanciulla dall’aspetto regale ed affascinante. La visione lo attrasse e, abbandonato il gregge, scese per i pendii del colle in cerca della fanciulla ammirata in sogno e, qui, il canto malioso della sirena lo trattenne nell’ansia tormentosa di rivedere quel viso che aveva tormentato il suo cuore. In un pomeriggio d’estate, mentre riposava sugli scogli, la visione incantatrice si ripresentò e, mentre, cercava di rivolgerle la parola, quella si dileguò dentro le onde. Da quel giorno, ininterrottamente, Gaziano deponeva una rosa sul luogo della visione quale omaggio alla fanciulla dei suoi sogni. Pazzo d’amore, decise di costruire una zattera nel tentativo di rintracciare la bella fanciulla, ma spinto dalle correnti marine approdò allo Stromboli. Impaurito dai boati del vulcano e da una pioggia rossastra, continuò a navigare verso le isole vicine. Da qui giunse nella reggia di una virtuosa maga, alla quale svelò il suo dramma d’amore. Dalla maga, Gaziano, venne a sapere che la fanciulla, di cui era innamorato, faceva parte delle ninfe della dea Teti, regina del mare. Ritornato nel luogo da cui era partito, Gaziano, per propiziarsi il favore della dea Teti, offrì alla dea un sacrificio, invocando la grazia di rivedere la fanciulla dei suoi sogni. Avvenuto il sacrificio, Gaziano vide uscire da una conchiglia la fanciulla. Raggiante di gioia, iniziò un dialogo d’amore che non trovò riscontro. Fu allora che Gaziano, disperato d’amore e tormentato da estenuante pazzia, proruppe in lacrime e sdraiatosi in quel luogo, divenne un torrente le cui lacrime amare fluirono verso le onde del mare a raggiungere la sua amatissima fanciulla. Senza dubbio più che una leggenda, questa, è una favola, una delle tante che la mitologia ci ha voluto offrire, ma che nei suoi contenuti presenta alcuni elementi caratterizzanti questa terra. 

 

 

Il mare:

Una caratteristica fondamentale di Bagnara è la bellezza delle sue spiagge. Il colle di Marturano divide in due la lunghissima spiaggia che si estende, per oltre un chilometro, dai piedi del monte “Cucuzzo”  alla torre Ruggiero. La finissima sabbia bianca che si estente sino al mare, accoglie ogni anno moltissimi turisti che trovano tutte le comodità nei lidi che vengono allestiti ogni estate lungo la costa. A nord del porto di Bagnara il paesaggio cambia completamente  ,  scompare  la bellissima spiaggia bianca e il paesaggio viene dominato dalle sporgenze e le rientranze dei monti, che si uniscono facendo un tutt’uno con il mare. Tra queste si trovono spesso delle meravigliose grotte naturali, tra le quali le più famose: la “Grotta del Monaco” e la “Grotta delle Rondini”, che nel periodo estivo divengono ambite mete di gite in barca, ed un vero paradiso per gli appassionati di pesca subacquea. Il riflesso del sole e delle roccie che si uniscono al mare, colorano i fondali di un bellissimo colore azzurino-violaceo che ha dato il nome di “Costa Viola” al nostro litorale.

 

 

Torre Ruggero:

Sorge nella Contrada Cacilì e precisamente sullo sperone di Capo Rocchi. È una torre a base tronconica, toro in masello, corpo cilindrico con un diametro di circa 7m. L’anno di costruzione può essere ricavato solo in maniera approssimativa deducendolo dalle caratteristiche architettoniche e non dai documenti, dato che il primo di essi è riconducibile al 1576 quando vi era terriero Lelio Leonardo. Nel censimento delle torri riportato in Vittorio Faglia: “Tipologia delle torri costiere di avvistamento e segnalazione  in   Calabria  Citra  e  Calabria  Ultra”, il riconoscimento del secolo di costruzione viene ricavato sulla scorta delle caratteristiche architettoniche.Verranno pertanto, attribuite al XIII sec. le torri cilindriche al XIV sec. le torri a pianta circolare con base tronconica con o senza cordolo, corpo cilindrico, molto slanciate nella base e nel tronco, al XV sec. le torri a pianta circolare, base tronconica, cordolo cilindrico, tozze nella base e nel tronco. Posto ciò, la Torre di Capo Rocchi è attribuibile al XIV o al massimo al XV sec., ma tenuto conto della sua geometria slanciata si è propenzi ad attribuirla al periodo compreso tra il 1268-1442.Verranno, pertanto, attribuite al XIII sec. le torri cilindriche al XIV sec. le torri a pianta circolare con base tronconica con o senza cordolo, corpo cilindrico, molto slanciate nella base e nel tronco, al XV sec. le torri a pianta circolare, base tronconica, cordolo cilindrico, tozze nella base e nel tronco. Posto ciò, la Torre di Capo Rocchi è attribuibile al XIV o al massimo al XV sec., ma tenuto conto della sua geometria slanciata si è propenzi ad attribuirla al periodo compreso tra il 1268-1442.

 

Castello Emmarita:

Il “Castello” fu probabilmente costruito nello stesso periodo in cui fu costruita l’Abbazia di Santa Maria e dei XII Apostoli, iniziata nel 1085. Esso era attiguo all’Abbazia stessa, ed entrambi erano situati sulla rupe di Marturano. Non ci è dato sapere se la sua costruzione fu iniziata prima, durante o dopo l’inizio dell’Abbazia. Secondo il Cardone esso fu edificato da Ermete (Ermeo) primo priore di Bagnara. Infatti, oltre alla carica di   priore , esso  rivestiva anche quella di Capitano e Castellano con giurisdizione civile e penale. Per l’esecuzione di tale giurisdizione erano ovviamente necessari degli uomini con mansioni diverse. In particolare ciò presupponeva la presenza di un presidio militare più o meno numeroso, necessario soprattutto per la difesa del luogo. Tali uomini certamente trovavano ospitalità all’interno del castello. Con molta probabilità nel nostro castello fu ospitato Ruggero II e il suo seguito quando venne a Bagnara per assistere alla dedicazione dell’Abbazia di Santa Maria dei XII Apostoli avvenuta il 13 ottobre 1117. Il Castello aveva forma quadrata, e conteneva due lussuosi appartamenti. La parte che volgeva verso il mare (a levante) era situata sopra le carceri. Era cinto da due ordini di balestriere fra le quali erano sistemati dei cannoni; pare che fossero 12 e chiamati i “Dodici Apostoli”. L’ingresso era munito di un ponte levatoio e alla sua sinistra ed in alto erano sistemati due orologi, uno solare e l’altro sonante, mentre sulla vetta vi era una piramide, detta “Castellana”, era sistemata una campana che due ore dopo il tramonto serviva da segnale affinché ognuno si ritirasse alla propria abitazione. Il castello comunicava con due avanposti i cui ruderi sono ancora visibili. Il primo, quello che guarda a sud-ovest (verso l’attuale centro), era chiamato “Bastione”, mentre l’altro che guarda a nord-est (verso Marinella) era chiamato “Costanzella”. Il Castello fu certamente modificato e rinnovato dai Ruffo allorché divennero Duchi di Bagnara, da cui il nome di Palazzo Ducale. Fu raso al suolo dal terremoto del 1783 e fu poi ricostruito, forse sui ruderi del precedente, e mantiene tutt’oggi, almeno esternamente, l’aspetto che gli fu dato con questa ricostruzione. Resistette al terremoto del 1908 ed era divenuto già da tempo residenza della famiglia De Leo. Fu poi ristrutturato ed adibito ad albergo, col nuovo nome di Castello Emmarita dal Comm. Mezzetti. Divenne in seguito caserma dei Carabinieri, ed oggi versa in uno stato di degrado dovuto alla mancanza di manutensione.

 

 

 

(La statua di d'Amelio dedicata alla Bagnarota)

Il mito della donna di bagnara:

“Vini di Scilla, zafferano di Cosenza e donne di Bagnara dice, non a torto un proverbio Calabrese; le donne a Bagnara sono di una bellezza meravigliosa: non di quella greca, fredda, imponente, seria fatta per troneggiare, ma di una bellezza bruna, fiera e inquieta. Statuarie, alte diritte, vestite di cotonina, semplicemente, ma pulitissime, forti ed energiche , queste donne rappresentavano e rappresentano la parte  più viva della popolazione bagnararese. Il piccolo commercio era nelle loro mani, ed in esso erano avvedutissime ed infaticabili. La stazione ferroviaria, ogni mattina era popolata di queste donne, che, pazientemente, sdraiate per terra accanto alle loro ceste colme di frutta, verdura, pesci, attendevano i treni che dovevano trasportarle nei paesi dell’interno e della riviera, donde ritornavano a sera. Altre erano lì accanto i vagoni , pronte a scaricarli e per pochi soldi portavano sulla testa pesantissime gerle e materiale di vario genere. Ed eccole dritte, col busto eretto, con passo misurato, quasi ritmico ad inerpicarsi per salite faticose, senza mai fermarsi, fino alla meta. Ne ritornavano in fretta, sempre allegre, composte e pronte a ricominciare. A Bagnara non si costruiva ,non si faceva uno sgombero,non si caricavano i legnami i velieri provenienti dall’oriente,  senza che queste donne portentose non venivano assoldate. Ma fra esse ve ne erano di più instancabili ed audaci, erano quelle dedite al commercio spicciolo con i paesi dell’entroterra, ove non giungevano ne treni e talvolta strade rotabili. E si vedevano alle due , tre di mattina cariche di pesantissime ceste , partire, piova o faccia sereno, verso S. Eufemia d’Aspromonte, Sinopoli, Cosoleto, Delianuova, ed altri paesi a decine di Km da Bagnara. Appena vi giungevano vendevano, barattavano, si caricavano di altre merci che può dare la montagna e ritornavano nel pomeriggio liete , come se tornassero da una passeggiata.  Si potrebbe, dopo ciò, supporre che esse, nell’intraprendendenza in cui vivono, siano cattive spose e cattive madri. È invece il contrario, salvo le eccezioni che si riscontrano in ogni comunità. Esse rientravano nelle proprie case, dove gli uomini che esercitavano il mestiere di sarto, fabbro, calzolaio, pescatore ed agricoltore, e i loro figli li attendevano. Ed è allora che iniziava per esse un altro lavoro, quello di educare i figli, riordinare la casa, se pur povera nel mobilio e provvedere alla cucina. Queste donne di Bagnara “Le Bagnarote”erano conosciute in tutta la provincia di Reggio Calabria, in quanto rappresentavano una rarità come tipo di donna: a pochi chilometri di qua e pochi chilometri di là, a Scilla come a Seminara le donne sono di tipo comune, cioè quelle sedentarie, che tessono e badano alla prole e non hanno l’avvenenza delle Bagnarote, alle quali sembra che il movimento all’aria aperta, lo sforzo fisico, la responsabilità degli affari sviluppino le forme e illuminano il volto E si vedevano alle due , tre di mattina cariche di pesantissime ceste , partire, piova o faccia sereno, verso S. Eufemia d’Aspromonte, Sinopoli, Cosoleto, Delianuova, ed altri paesi a decine di Km da Bagnara. Appena vi giungevano vendevano, barattavano, si caricavano di altre merci che può dare la montagna e ritornavano nel pomeriggio liete , come se tornassero da una passeggiata.  Si potrebbe, dopo ciò, supporre che esse, nell’intraprendendenza in cui vivono, siano cattive spose e cattive madri. È invece il contrario, salvo le eccezioni che si riscontrano in ogni comunità. Esse rientravano nelle proprie case, dove gli uomini che esercitavano il mestiere di sarto, fabbro, calzolaio, pescatore ed agricoltore, e i loro figli li attendevano.

 

La caccia al pesce spada:

La primavera sta per diventare estate. Sul mare calma piatta e sole. Le ore della mattina sono trascor­se con un nulla di fatto. Un’altra giornata vuota. Gli uomini non si scoraggiano. La loto caccia è fatta di attesa e pazienza. Pochi minuti possono cambiare le sorti di una giornata o di uno settimana di magra, purché, beninteso, a lui giri di venirsene in superficie, di “passare”. Visto dall’alto l’andirivieni delle passerel­le che incrociano il tratto di mare tra Scilla e Palmi offre uno spettacolo di alacrità, di dinamismo. A bordo invece gli equipaggi, meno le vedette di turno cedono alla noia e al sonno. Quasi il silenzio. All’improvviso un grido: “‘U PISCISPADA”. Dalla pas­serella si leva una nube di fumo, causata dall’improv­viso ‘tutto regime’ . La vedetta indica la direzione: “Pè foraI, Pè nterra!”. La prua fende l’acqua nella direzio­ne indicata. Affettata un’asta della rastrelliera, il lan­ciatore è corso sul pontile a prua. Sulla ‘coffa’ la vedetta curva in avanti, cerca l’affu­solata sagoma azzurro cupo. Ed eccolo il pescespada, ben attento a non andargli di fianco il timoniere cerca di mettere il lanciatore nella migliore condizione, nell’approccio con la preda, in quanto dovrà colpirlo in quella zona di pescespada che va dall’attaccatura posteriore della pinna dorsale fino all’altezza dell’oc­chio. Il pescespada appena colpito, del lanciatore, si inabissa trascinandosi dietro l’asta e centinaia di metri di cima finché non cede agonizzante alla morte. La caccia al pescespada giunge così, nella fase più drammatica. A Bagnata se la primavera è buona, tutto ha inizio verso la metà di aprile. E un evento spettacolare, tradizionale, pieno di colore, una sagra marina che per oltre due mesi e mezzo duro ininterrotto per tutto l’ar­co dello giornata. Così i pescatori Bagnaresi, pescatori nomadi per eccellenza, si spostano a seconda del periodo, e della passa prima al largo, poi sulla costa Bagnarese. E’ un perciforme. I biologi lo hanno battez­zato col solito nome latino “XIPHIAS GLADIUS”. Nella famiglia - la suo è quella degli ”XIPHIIDAE” - è l’unico rappresentante. Illustrazioni, storie e leggende ne hanno talmente divulgato l’immagine che anche chi non l’ha mai visto porrebbe identificarlo di colpo. La luna di giugno. E questo il momento cruciale della sua maturità sessuale, ed eccolo giungere dall’alto mare, alla spicciolata, nei pressi della costa tirrenica Calabrese. Lo conquista non sarà facile. Lei di solito è un po ritrosa. Per entrare nelle sue grazie, dovrà cor­teggiarla, farle da battistrada, circondarla di attenzio­ni. Una volta coronato il suo sogno d’amore sarà stret­tamente fedele. Dei due il più piccolo è proprio lui il maschio. Precede sempre la femmina e non l’abban­dona mai. Da questi piccoli particolari i nostri pescatori sanno ben distinguere, a colpo d’occhio, il sesso dei due pescespada, i quali vanno sempre a coppia, a “pariglia”. I pescatori cercano di colpire sempre lo femmina per prima. Quando questa, trafitta s’inabis­sa, il maschio si sforza di aiutarlo, sempre presente per tutto il tempo della lotta, anche se questa dura ore ed ore. Quando il corpo di lei priva di vita, viene recuperato il maschio continua a tentare di seguirla esponendosi e facendosi colpire o sua volta. Quando è, invece, lui ad essere colpito per primo, la femmina lo abbandona senza alcun rimpianto. Tutto ciò avveniva e continua tutt’oggi ad avvenire nel tratto di mare antistante Bagnara Calabra sin dai primi insediamenti. All’antico “luntre”, con le “poste” per l’avvistamento, si è Sostituita la più moderna “pas­serella”, ma lo stile di caccia è rimasto immutata nel tempo.

 

La produzione del Torrone:

La voglia di tenerezza si spinge, a volte, verso l’irresistibile dolcezza e nell’indulgenza del piacere di mangiare il Torrone, soprattutto durante il periodo natalizio, come nella migliore tradizione, lungo il corso dei nostri ricordi infantili. I nostri operatori nel settore sono imprenditori energici che, con abilità dirigono e governano la propria azienda, dove prospera il lavoro come in poche altre parti del nostro sud, ciascuno in una efficiente catena di montaggio, dove soprintende, personalmente, alla sua specifica mansione, con occhi vigili ed attenti. La migliore riprova di quanto, tutto questo corrisponde a verità e l’invito che vi rivolgiamo a mangiarne a volontà. L’inizio dell’attività torroniera risale ai primi dell’800 ed è di origine spagnola, in quanto sembra che un’ava degli attuali produttori di torrone, cominciò a trasmettere la propria passione per i dolci ad un nipote che la fece sua e dette inizio ad una usanza che è diventata tradizione, e, in quella, una genia di maestranza che si è tramandata sino ai nostri giorni. La gestione è sempre stata a conduzione familiare, tramandata da padre in figlio. Oggi le aziende che sono presenti a Bagnara sono state rinnovate nel settore produttivo ed organizzativo con l’utilizzo di macchinari moderni e tecnologicamente avanzati, anche se si è ovviamente cercato di non perdere di vista gli standard qualitativi legati alla tradizione, sposando la tecnica alla più antica qualità artigianale. Per quanto riguarda i mercati in cui il torrone di Bagnara è presente, possiamo con assoluta certezza affermare che i nostri produttori coprono quasi l’intero territorio nazionale, oltre che spingersi anche in mercati esteri, in particolari, Stati Uniti e Canada. Il torrone di Bagnara viene, quindi, celebrato in tutto il mondo per la sua qualità, soprattutto per la ricerca della materia prima della zona, quale il miele.

 

*  fonti (ogni diritto appartiene ai legittimi propietari):

www.provincia.reggio-calabria.it

www.comunebagnara.it

www.locride.net

www.webgen.it/tourgerace/borgo.htm

www.informagiovani-italia.com

www.medioevo.org/artemedievale/Pages/Calabria/Stilo.html

http://digilander.libero.it/officinadellefate/morgana2.html

www.museonazionalerc.it

www.abramo.it/bronzi/bronzi.htm

www.discoveritalia.it

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