Dossier “Reghion” di "Historica"
n. 4 ottobre-dicembre 2003
Brani dal Saggio introduttivo di Pasquale Amato
QUELLA
CALDA GIORNATA DI LUGLIO del 730 a.C.
QUANDO REGHION ENTRO' NELLA STORIA
E REGALO' ALLA PENISOLA IL NOME “ITALIA”
di Pasquale
Amato
Era
una calda giornata dell’anno 730 a.C., verso la fine del mattino del 14 luglio.
Spirava un forte vento di scirocco, che aveva creato serie difficoltà alle
piccole navi degli emigranti calcidesi e degli esuli messeni.
Il
viaggio era stato lungo e faticoso. Dopo aver attraversato l’istmo di Corinto e
da Corfù affrontato il Canale di Otranto, avevano navigato costeggiando nel
Mare Jonio sino alla più suggestiva area dei miti omerici: lo Stretto di Scilla
e Cariddi.
Superati
gli ultimi ostacoli, quegli agricoltori, artigiani e guerrieri raggiunsero il
Promontorio di Calamizzi e approdarono sulla spiaggia del porto naturale alla
foce del fiume Apsia (odierno Calopinace). Vi avevano intravisto una vite
aderente ad un fico selvatico, riconoscendo in essa l’immagine corrispondente
all’immaginaria indicazione dell’Oracolo di Delfi (che aveva profetizzato di
fermarsi laddove avessero visto una femmina avvinghiata ad un maschio).
Vi
fondarono la nuova polis Reghion, prima città-stato ellenica nel territorio
dell’odierna Calabria (cui sarebbero seguite le pòleis di Sibari nel 720,
Crotone nel 710 e Locri nel 680 a.C.). Il suo nome, secondo la versione più
diffusa, significava “frattura” e si richiamava ad uno dei miti più antichi
dell'Occidente Mediterraneo, da cui era stato generato lo stesso Stretto: lo
sprofondamento per un bradisismo dell'istmo che legava la Sicilia al
continente, tramutandola in isola. Una seconda versione sosteneva la tradizione
autoctona di “Città del Re”.
A
guidarli verso la meta era stato l’ecista Antimnesto, calcidese della
dirimpettaia polis Zancle, fondata qualche anno prima nel 734 a.C. Egli si era
affiancato all’imbocco sud dello Stretto, all’altezza dell’odierna Melito Porto
Salvo, al capo della spedizione calcidese Artiméde e al leader del piccolo
contingente dei messeni Alcidàmida.
Le peculiarità
della nuova polis
Al di là delle profezie dell’Oracolo di Delfi, la verità della fondazione fu
molto più semplice e rispose a dinamiche consuete nei movimenti dei popoli
migranti di tutte le epoche e di tutto il mondo.
I
calcidesi venivano dalla piccola polis di Kalkis nell’arida isola di Eubea,
spinti dall'indigenza economica verso il Mediterraneo Occidentale, l'Eldorado
dei Greci. Erano alla ricerca di terre più floride su cui costruire un avvenire
migliore, come avevano già fatto molti altri loro concittadini fondando
dapprima Pitecùsa (Ischia) nel 765 e negli anni seguenti Cuma, Naxos e Zancle.
A Reggio sarebbero seguite le fondazioni di Catania e Leontini.
I
Messeni si erano da parte loro aggregati alla spedizione calcidese nel Tempio
di Delfi. Erano esuli politici, che avevano combattuto contro gli invasori
spartani e non avevano inteso piegarsi all’occupazione e alla riduzione in
schiavitù come tanti loro conterranei. Avevano deciso anch'essi di imbarcarsi e
veleggiare verso l'Occidente protagonista delle rotte di Ulisse, per fondarvi
una nuova polis dove rifarsi una vita da cittadini liberi.
Proprio
dai calcidesi che avevano fondato Zancle nel 734 a.C. era giunta a parenti ed
amici della poverissima città-stato dell’Eubea la segnalazione che sulla sponda
opposta dello Stretto di Scilla e Cariddi, poco più a Sud della loro polis, vi
era un approdo naturale formato dall’insenatura protetta da un promontorio. Si
trattava di Capo Calamizzi, che ispirò a Tucidide la definizione di Reggio come
"acroterio d'Italia" per il suo protendersi verso la Sicilia, quasi a
volere ricongiungersi. Il promontorio sarebbe sprofondato per un sommovimento
bradisismico nel 1562 d.C., privando la città per tre secoli del suo porto
naturale sino alla costruzione, nell’ultima parte dell’800, dell’attuale bacino
artificiale.
Il
territorio della nuova città-stato comprendeva, oltre al centro storico rimasto
sempre nell’area attuale con l’Acropoli collocata nella zona dell’attuale
Castello Aragonese, l’intera area prospicente lo Stretto dalla riva sinistra
del fiume Petrace (a Sud di Gioia Tauro) al fiume Halex (vicino all’odierna
Palizzi). Nell’Aspromonte i reggini si limitarono alla creazione di avamposti
militari di difesa e all’acquisto di prodotti agricoli e della pastorizia cui
si dedicavano le popolazioni autoctone...
Reghion
venne quindi fondata dal concorso di emigranti di due popoli ellenici diversi,
calcidesi e messeni, perdippiù spinti da motivazioni molto differenti. Ne
risentì la stessa lingua dei reggini, in cui si mescolarono gli elementi jonici
dei Calcidesi e quelli dorici del ceppo messenico.
Si
trattò di un atto di nascita anomalo rispetto alle altre città-stato fondate da
greci, caratterizzate da emigranti di una sola polis (con qualche eccezione
come Turii, che sarebbe nata in epoca molto più tarda sulle rovine di Sibari,
nel 444 a.C., grazie all’iniziativa politica del leader ateniese Pericle che
coinvolse ben dieci città, ma con esiti effimeri).
L’anomalia
della fondazione rese poliedrica la città e la fece assomigliare per taluni
aspetti alla vivacità e alla tendenza a discutere su tutti i problemi della
grande amica Atene. Nel contempo Reghion, come la capitale della cultura
ellenica, fu sempre capace di ritrovarsi eccezionalmente unita nei momenti più
drammatici creati da un attacco esterno o da una calamità.
Sul
piano politico ne scaturirono aspetti originali e nel contempo contraddittori,
fonti di forza o di debolezza secondo le circostanze. In tempi tranquilli i
reggini tendevano a dividersi e a polemizzare su tutti gli aspetti della vita
collettiva rischiando sovente di farsi male da soli. Ma di fronte
all’approssimarsi o al verificarsi di attacchi della natura o di nemici esterni
emergeva un inaspettato fortissimo senso di appartenenza alla comunità, che
sorprendeva gli osservatori esterni e spiazzava chi aveva tentato di
sopraffarli...
Dalla
nascita poliedrica e dalla dialettica sociale e politica scaturirono inoltre
l’eccezionale vivacità intellettuale e culturale e la creatività artistica che
furono all’origine di molti primati. Dopo l’iniziale trauma provocato nelle
acque tranquille della critica ufficiale, si va rafforzando la tesi di Franco
Mosino su Reghion come luogo in cui fu ideata e composta l’Odissea (Odissea
Calcidese). Una tesi che è peraltro suffragata da tante coincidenze, tra cui
l’aver dato i natali a Teàgene, primo esegeta dell’Odissea e primo critico
letterario del mondo.
Reghion
fu anche la città di Ibico, il maggiore poeta espresso dalla Magna Grecia; la
città di Hyppis, primo storico dell’Occidente Greco, e del musicologo Glauco.
Hyppis, assieme a Lico e Licofrone, contribuì a fare di Reghion l’unica città
magno-greca che avesse generato storici. Accomunata anche in questo caso alla
vicina Sicilia (fucina di storici) piuttosto che al Mezzogiorno continentale,
dove non attecchì la scienza storica.
Reghion
fu il maggiore centro di produzione della “ceramica calcidese”, affermandosi
come la concorrente più prestigiosa e agguerrita della “ceramica ateniese” nel
bacino del Mediterraneo.
In
essa nacque peraltro e fiorì la “Bottega di scultura” di Klearkos (Clearco),
del suo più valente discepolo Pythagoras (Pitagora) di Reggio e del di lui
nipote e allievo Sòstratos. Questa bottega divenne, assieme a quella di Fidia
ad Atene, la più prestigiosa dell’intero mondo ellenico. E con Pitagora
raggiunse il massimo fulgore.
Le
opere che il sommo scultore reggino realizzò in tante pòleis da Atene a
Siracusa, la sua cura per alcuni particolari (i capelli, le arterie, le vene) e
le caratteristiche della sua arte descritte dai più rinomati studiosi greci e
latini gli hanno fatto attribuire molti capolavori. Ed hanno supportato le tesi
di grandi archeologi contemporanei su Pitagora di Reghion come il più probabile
autore dei Bronzi di Riace, i due stupendi capolavori conservati nel Museo
Nazionale della Magna Grecia dell’odierna Reggio assieme ad altri capolavori
come i Bronzi di Porticello.
Queste
così salde radici hanno costituito, anche nei momenti più tragici della lunga
storia della città, una solida tradizione che ha permeato, con i suoi pregi e
difetti, la vita della comunità. Radici che le hanno consentito nel corso del
‘900 di rinascere almeno altre due volte da eventi drammatici come il
catastrofico terremoto del 28 dicembre 1908 (il più violento dei tanti che
hanno raso al suolo le città delle due sponde dello Stretto) e lo scippo del
capoluogo nel luglio 1970 cui seguì la rivolta popolare urbana più lunga della
storia.
Radici
che hanno consentito a Reggio di fare tanti regali al mondo. Come due tra i più
grandi artisti che hanno brillato nel firmamento mondiale del ‘900: il pittore
e scultore futurista Umberto Boccioni e lo stilista Gianni Versace.
Le radici
pre-greche, la civiltà meticcia e il regalo del nome “Italia”
Ma il più grande regalo fu il primo: il nome dato allo stivale.
Narrano
gli storici antichi che Reghion, come quasi tutte le altre città-stato della
migrazione dei Greci lungo le coste del Mediterraneo e del Mar Nero, venne
fondata su un precedente insediamento. Un insediamento molto più antico che
alcune leggende popolari avevano attribuito ad Aschenez - pronipote di Noé - e
altre a Giocasto figlio del Dio Eolo. Il suo territorio sarebbe stato poi uno
dei luoghi della fatica di Ercole contro Gerione, il mostro con tre corpi.
S'era
poi formato - nei secoli anteriori allo sbarco dei greci - un agglomerato più
ampio col nome Pallantion, abitato in epoche diverse da popoli appartenenti
alle stirpi degli Ausoni, degli Enotri e infine degli Itali.
Questi
ultimi - secondo molte fonti - erano un ramo dei Siculi che non avevano seguito
la maggioranza del loro popolo nel passaggio alla vicina Sicilia (cui avrebbero
dato il nome, caratterizzandola come terra dei Siculi). Il piccolo nucleo
rimasto al di quà dello Stretto era stato governato da un Re-Patriarca che con
la sua saggezza e generosità aveva conquistato i cuori dei suoi sudditi,
entrando nella leggenda popolare e nel mito come Re Italo. Alla sua morte i
sudditi avevano deciso di assumere il nome di Itali. E col tempo il territorio
della punta dello stivale prospicente lo Stretto aveva preso il nome di Italia.
Secondo altre fonti quel nome era viceversa legato a un episodio della Fatica
di Eracle contro Gerione.
Comunque,
ciò che conta è un dato indiscutibile: l’arrivo degli Elleni non fece
scomparire quel nome. Anzi esso si espanse, offrendo una testimonianza
illuminante della straordinaria mescolanza di culture, tradizioni e riti
religiosi tra popolazioni autoctone e nuovi arrivati, realizzatasi con l’arrivo
dei greci. D’altronde si trattava di emigranti e di esuli in cerca di nuovi
spazi e non di invasori. Erano tutt’altra cosa rispetto ai Macedoni e ai Romani
oppure ai Conquistadores delle Americhe e ai grandi Stati che in età
contemporanea hanno occupato con campagne militari territori di interi
continenti. Le stesse relazioni con la madre-patria erano legate a vincoli
parentali, di tradizioni e di culti, ma nel rispetto assoluto dell’indipendenza
politica ed economica reciproche.
Tuttavia
i termini Colonie e Colonizzazione - introdotti dal grande umanista del
Quattrocento Lorenzo Valla che tradusse il termine greco “apoikìa”, usato da
Tucidide per descrivere le migrazioni greche, col termine “colonia” - sono
ancora largamente usati dagli studiosi inducendo spesso in errore i lettori.
Da
quella felice combinazione di diverse culture scaturì quella splendida civiltà
meticcia dei Greci d'Occidente, che si sarebbe guadagnata cento anni dopo
(intorno al 620 a.C.) da un esule prestigioso dell’isola di Samo sbarcato a
Crotone, il filosofo Pitagora, la definizione quanto mai appropriata di Megàle
Hellàs, Magna Grecia.
Mentre
il nome Italia si era già talmente consolidato nell’uso comune da definire gli
abitanti delle città-Stato del Mezzogiorno dapprima come Italioti e poi - con
l’arrivo dei Romani - Italici. E pian piano avrebbe risalito la penisola per
definirla, dopo la conquista della Gallia Cisalpina da parte di Giulio Cesare,
nella sua interezza “Italia”.
Così,
in quel caldo 14 luglio dell’Anno 730 a.C. nacque la polis Reghion. La prima
dell’emigrazione greca in Calabria, una delle prime dei Greci nell’Occidente
del Mediterraneo, in quell'ultimo lembo del continente Europa che si chiamava
Italia.
E regalò all'intera
penisola quel nome.
Pasquale Amato